Visual hammer per il tuo personal brand

//Visual hammer per il tuo personal brand

Cos’avevano in comune Steve Jobs e Sergio Marchionne? E Alfio Bardolla? La risposta, direte, non è difficile: il maglione girocollo! Di colore nero per il fondatore della Apple, blu scuro per l’amministratore delegato della Fiat, arancione per il più famoso tra i financial coach italiani.

Non sono gli unici, nella cerchia dei personaggi pubblici, ad aver scelto un capo d’abbigliamento come strumento di riconoscimento visivo per rinforzare il proprio personal brand. Pensate alle felpe di Matteo Salvini, con un messaggio diverso a seconda del contesto. O ad accessori di supporto, come gli occhialini colorati del giornalista Giampiero Mughini o agli orologi sopra il polsino dell’avvocato Gianni Agnelli (L. Leroy in oro giallo o Rolex Daytona).

“Martelli visivi” – visual hammer, appunto – in un’epoca dove l’immagine è una componente centrale della comunicazione. E dove la connessione emozionale con un brand avviene anche grazie a un posizionamento figurativo nella mente del proprio target.

Da decenni gli esperti di marketing tradizionale hanno costruito la fortuna di grandi marchi intorno a un’immagine vincente. Pensate alla mela di Apple o alla classica forma della bottiglia della Coca-Cola: un flash visivo che non ha bisogno di sotto-testo per distinguersi. Così come il logo è il primo elemento dal quale partire per costruire un’identità aziendale, così il visual hammer per una singola celebrità sarà rappresentato da un oggetto, un accessorio o un capo d’abbigliamento che aiuterà il pubblico ad agganciarsi emozionalmente con l’identità pubblica di una persona.

Lo sanno bene anche gli artisti dello spettacolo (rapper, musicisti, deejay) che utilizzano pettinature, oggetti e altri “martelli” per sfondare il muro dell’indifferenza e della conoscenza superficiale. Questa categoria di persone, però, gode del privilegio di avere una grande esposizione mediatica: pensate al Divin Codino (Roberto Baggio) o a Jovanotti, che continua a distanza di anni a indossare il suo cappellino da rapper. Su tutt’altri fronti, stessa cosa capita a Philippe Daverio, entrato nella nostra mente non solo per la sua cultura e per l’enorme competenza da critico d’arte, ma anche per i papillon colorati e sgargianti, che espone regolarmente insieme ai suoi abiti d’altri tempi.

Fra le regole di base nella creazione del proprio brand personale, la ricerca di un attributo (di contenuto) è forse la modalità più semplice di posizionamento: talvolta avviene in modo inconsapevole, ma spesso può essere anche orientata. L’obiettivo di un attributo (che racconti una vostra competenza) è individuare una caratteristica distintiva. Qualche esempio? “Il più veloce a fornire una risposta”, “Il più informato”, “Il più strategico”, “La persona più motivante”, “Il più appassionato”, “Il primo”.

Roberto Baggio, con il suo codino selvaggio, intendeva comunicare al pubblico qualcosa della sua personalità. Molti gli “contestavano” l’incoerenza di essere contemporaneamente buddista e amante della caccia. In campo però era soprattutto geniale e creativo: il codino, dunque, era un modo per dimostrare il suo essere “selvaggio” senza per questo snaturare il carattere timido e riservato.

Per quanto vi riguarda, dovreste scegliere un visual hammer utile (possibilmente inedito) per diventare riconoscibili dal pubblico del vostro settore. Potrà essere un oggetto o un capo d’abbigliamento coerente con la cultura d’appartenenza e che racconti qualcosa della vostra identità professionale. Vi faccio un esempio.

La penna stilografica

Anni fa, quando ho cominciato a fare il giornalista, in redazione con me (lavoravo per il telegiornale di una tv locale) c’era un ragazzo mio coetaneo che ogni tanto, anche lui, conduceva il notiziario (piccoli Mentana crescevano…!!). Andava cioè in video, come si dice in gergo.

Alla fine del TG, al momento di congedarsi con i telespettatori (“per oggi è tutto, grazie della vostra attenzione, a domani”) aveva preso l’abitudine – all’inizio senza farci caso – di infilarsi la penna nel taschino interno della giacca. Salutava e contemporaneamente riponeva in tasca l’attrezzo del mestiere. Di fatto, comunicava visivamente la fine anche per lui di quella giornata di lavoro: era un modo semplice, immediato e visivo per entrare a livello inconscio nell’empatia delle persone.

Molti amici e conoscenti (o gente che incontrava per strada) gli dicevano proprio questo: “Aspettiamo fino alla fine del telegiornale per vedere quel gesto”. Era entrato a far parte di lui, della sua identità. Ma la cosa importante era che – trattandosi di una penna stilografica – era un visual hammer coerente con la professione da lui svolta.

In attesa di scegliere il vostro “martello visivo”, resta un dubbio: ma il mio collega le notizie le scriveva al computer o… a penna..?!?

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About the Author:

Alessandro Dattilo
Giornalista professionista, per Mondadori ho pubblicato nel 2014 il libro “Scrittura Vincente”, una guida pratica su come usare la parola scritta in campo aziendale, commerciale, professionale. Aiuto aziende, imprenditori, manager, professionisti ed enti pubblici a valorizzare e raccontare la propria storia di successo aziendale e professionale. Attualmente sono parte del team di Stand Out e della Roberto Re Leadership School come senior content editor, giornalista e ghostwriter. Come trainer, nel programma "HRD - Da Manager a Leader”, mi rivolgo a imprenditori, manager, professionisti, con interventi su Business Writing e Storytelling. Fondatore di TorinoStorytelling e RomaStorytelling, ho scritto e parlato per quotidiani nazionali, network radiofonici (RTL 102.5) e tv locali. Sul web ho lavorato come consulente editoriale e content manager per il Gruppo Enel, Maire Tecnimont, NTT Data Italia, Ferrovie dello Stato, Treccani, Ferpi, Fastweb, Reale Mutua, Comin & Partners e molti (molti) altri.

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